sabato 18 agosto 2012

Il più forte


“Non dire niente di là e non gridare, se no ti faccio più male!”

Era sopra di me, più grande e più muscoloso. Mi teneva stretta per i polsi, mentre io cercavo di divincolarmi selvaggiamente, in silenzio, cercando di non farmi sentire.

"Dai, fammi vedere quanto sei forte..."

Mi scherniva, si divertiva, voleva vedemi supplicare, il bastardo! Ma anch’io, nel mio piccolo, ero piuttosto cazzuta e non avevo nessuna intenzione di soccombere. Mi guardava con occhi felini e un sorrisetto sghembo. Sentivo sul viso il suo respiro leggermente affannato. Quando mi fu abbastanza vicino, feci scattare la testa in avanti, raggiungendo con i denti l’incavo fra il collo e la spalla, e strinsi. Emise un grido soffocato e si ritrasse immediatamente. Questo mi permise di alzarmi repentinamente con il busto, facendolo quasi cadere di lato. Cercai quindi di svincolarmi e scappare, approfittando di quel suo attimo di disorientamento, ma lui mi afferrò per i fianchi, attirandomi nuovamente a sé, e mi strinse in un abbraccio serrato, immobilizzandomi definitivamente.

“E' inutile, sono io il più forte!”


 “No!” Gridai in un soffio.


 “Tanto non mi batti! Dimmi che sono io il più forte e poi ti lascio andare…”


 “Mai! Scordatelo!”


Non ne avevo la minima intenzione! Perché, a dire il vero.. Cavolo, mi piaceva da morire! Mi piaceva sentirmelo addosso, lottare con lui, avvinghiarmi al suo corpo in quel modo così animalesco. Mi stringeva e mi faceva male, mi dava dei pizzicotti fortissimi - sui fianchi, sulle braccia - tanto da farmi uscire le lacrime e certamente anche qualche livido. Mi torturava con gusto, ai limiti del sadismo e io ero fuori di me dalla rabbia ma, allo stesso tempo, eccitata nel sentirmi sopraffatta dalla sua superiorità, non solo fisica ma anche psicologica. Sì, perché c’era qualcosa di stranamente sensuale e conturbante in tutto questo, sebbene in quel momento non lo riuscissi a comprendere chiaramente. In fondo, a nove anni, sono ancora ben poche le cose che si riescono a comprendere. Ma era proprio quel qualcosa di così inspiegabile a impedirmi di richiamare l’attenzione di mia madre e di mia zia, che chiacchieravano amabilmente di là, in cucina, ignare di quello che i due mocciosi, chiusi nella cameretta, stavano combinando.


“Ma lo sai che sei proprio carina?”


Mi provocava con quel tono un po' strascicato e ironoco nella voce e il suo tipico sorriso sornione, che in questo momento trovavo decisamente irritante. E poi giù, a ridacchiare come se vedermi in difficoltà fosse la cosa più divertente del mondo. Mentre io, cercando di lottare con maggiore accanimento, avvertivo un caldo improvviso e insolito infiammarmi deliziosamente le parti basse.


Insomma, che dire? Credo che quello fu il giorno in cui mi presi la mia prima cotta. Per mio cugino.


Lui era più grande di me di tre anni e io lo trovavo bellissimo: mi ricordava Elvis Presley, solo senza il mitico ciuffo. Abitavamo in città diverse, ma per anni abbiamo trascorso insieme le vacanze di Natale e buona parte di quelle estive. Avevo tantissimi cugini, una vera tribù, ma lui era il mio preferito e stavamo sempre insieme, appiccicati peggio di due gemelli siamesi. Spesso suscitando la gelosia degli altri. Però, da quella volta, non abbiamo più giocato alla lotta. Peccato.


Purtroppo, per una serie di vicissitudini, nel tempo ci perdemmo di vista e per qualche anno non abbiamo più saputo nulla l'una dell'altro, o quasi. Fino al giorno del suo matrimonio.


 La ragazza con la quale aveva scelto di vivere il resto sua vita era piuttosto carina. Per tutti gli anni in cui ci siamo frequentati, non lo avevo mai visto accanto a un'altra che non fossi io. Devo dire, quindi, che mi fece proprio uno strano effetto rivederlo in quella circostanza, con tanto di anello al dito.


Al ricevimento, mi trovavo nella grande sala del ristorante e stavo parlando con le mie cugine. Ero riuscita a malapena a salutarlo, subito dopo la cerimonia, e da allora continuavo a lanciargli, di tanto in tanto, sguardi fugaci. Lo sorpresi così a scrutarmi con una certa insistenza in diverse occasioni e sempre con quel suo sorrisetto un po' sornione, che non aveva mai perso. Trovai la cosa curiosa ma anche un pochino imbarazzante. Poi, finalmente, lo vidi avvicinarsi, tenendo per mano quella che per me era ancora una completa estranea. Mentre avanzavano, però, lei cominciò a dissolversi in un'aurea evanescente. La musica si fece d'improvviso soffusa, i colori sbiadirono, le persone e le cose persero i loro contorni naturali. Quel momento si srotolò davanti a me con lentezza quasi cinematografica. I nostri sguardi erano completamente persi l'uno nell'altro. O, quanto meno, questo era quello che mi era sembrato di percepire. Quando infine lui mi fu di fronte, di colpo ogni cosa ritrovò la propria consistenza originaria e la realtà mi ripiombò addosso in tutta la sua ordinarietà. Mi presentò a sua moglie, che si era nuovamente ricompattata, dicendole:


“Vedi che bella cugina che ho? Te l'avevo detto!"


Avvampai violentemente e mi maledissi per questo. Per un attimo pensai di andarmi a nascondere sotto a un tavolo, per l'imbarazzo. Ma quando i nostri sguardi si incrociarono ancora una volta, mi accorsi che anche il suo volto era arrossito visibilmente e allora capii. Quel giorno di tanti anni fa, credo di non essere stata la sola ad essermi presa una cotta. Mi sentii improvvisamente sollevata, chissà esattamente perchè. Felice, lo abbracciai e gli diedi un bel pizzicotto sul braccio, ammiccando:


"E poi.... Sono anche la più forte!"



© 2012 by Maela

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