martedì 14 agosto 2012

Centoquarantasei ore


Sono trascorse centoquarantasei ore, minuto più, minuto meno.

Ho visto le tue esili spalle, la tua nuca, le tue gambe, incerte e fragili, allontanarsi, per lasciarmi aria, spazio in cui riversare i miei detriti, pezzi sbrindellati di me, da ricomporre in qualche modo.

Hai bisogno di immergerti là dove io, in questo momento, non posso e non devo esserci.

Così mi hai detto. E sono rimasta sola.

Sì, lo so: era quello che ti stavo chiedendo, no? Eppure sapevo che avrei guardato intorno a me la desolazione di questo mio spazio dove tu, adesso, non ci sei più; vi avrei riversato appena qualcosa di quell’accozzaglia confusa, accatastata nelle mie stanze più profonde e buie e sarei rimasta così, a osservarla muta, senza capire neanche da che parte iniziare. Non posso, non riesco ad immergermi in questo mare. So già che vi annegherei.

Sono trascorse centoquarantasei ore. Le ho snocciolate tutte, una ad una, come i grani di un rosario.

Intanto, da lontano, mi giungono gli echi del tuo dolore, venati di rabbia antica e delusione. Li ascolto, con un cuore stretto come un panno strizzato. Guardando le mie aride mani attraverso inutili lacrime.  Vorrei alzarmi e gridare il tuo nome, con tutto il fiato che ho in gola. Vorrei farti tornare da me e riempire ancora questo mio vuoto ingombrante con il tuo amore, i tuoi pensieri, i tuoi desideri, la tua poesia.

E invece, continuo a star ferma, paralizzata, a fissare inebetita tutto il mio sconquasso. Perché, in fondo, so che è giusto così. Che è meglio lasciarti fuori. Tenerti lontano dalla mia vita contorta e disperata. Costellata di impossibilità. Dilaniata da invincibili sensi di colpa.

E poi, soprattutto, perché uno spirito libero non lo puoi trattenere. Puoi solo lasciarlo andare.

© 2012 by Maela

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